Nel mese di ottobre la nostra comunità pastorale si unisce in preghiera per riflettere sul tema della missione.
Dal 4 al 31, ci ritroveremo per la Recita del Rosario:
Casbeno ogni lunedì alle 17.30; Brunella ogni giovedì alle 17.00; Basilica ogni venerdì alle 9.00; Bosto ogni sabato alle 18.00.
La recita del Rosario sarà accompagnata e ispirata ogni settimana dalle figure di importanti testimoni del Vangelo:
4 – 10 ottobre: Luca Attanasio; 11 – 17 ottobre: Celestina Bottego; 18 – 24 ottobre: Marcello Candia; 25 – 31 ottobre: Giuseppe Ambrosoli.
GLI APPUNTAMENTI SPECIALI DEL MESE
· Sabato 17/10 (ore 21.00): Preghiera e testimonianze missionarie nella chiesa di Masnago.
· Messe animate da Don Stefano Conti (Fidei Donum in Zambia):
o Sabato 17/10 ore 18.00 in Basilica;
o Domenica 18/10 ore 9.30 a Casbeno e ore 11.15 alla Brunella.
· Domenica 25/10 (ore 17.00) Incontro/testimonianza nella chiesa di Casbeno con il Dott. Filippo Ciantia, medico missionario a Kalongo (Uganda) al Dr. Ambrosoli Memorial Hospital.
Infine, dal 4 al 15 novembre a Villa Recalcati sarà allestita la mostra “Destinati alla felicità – Volti di pace tra Varese e l’Uganda“.
LIBRETTI ROSARI (scarica qui il pdf)
1libretto_rosarioMissionario_Attanasio
2libretto_rosarioMissionario_Bottego
3libretto_rosarioMissionario_Candia
4libretto_rosarioMissionario_Ambrosoli
BIOGRAFIE
Luca Attanasio
Luca nasce a Saronno nel 1977, si laurea in Economia aziendale presso l’Università Bocconi di Milano, ma presto decide di voler mettere la propria vita al servizio degli altri.
Fortemente convinto che la diplomazia potesse contribuire al raggiungimento della pace nel mondo, nel 2003 inizia la carriera diplomatica, prima alla Direzione Generale per l’Economia con delega per l’Africa, poi come collaboratore del Sottosegretario di Stato.
Alla fine del 2006, riceve il primo incarico all’estero: all’ambasciata di Berna (Svizzera), si occupa dei rapporti commerciali, con una modalità che cambiava il concetto di diplomazia: aveva un contatto quotidiano con la realtà, fuori dal mondo istituzionale, dava del “tu” a tutti i suoi interlocutori.
Dal 2010 al 2013 è console reggente a Casablanca (Marocco), dove rivoluziona il sistema per il rilascio dei visti, affidando il servizio a una società esterna, facendo risparmiare tempo, soldi, energie, estirpando sacche di corruzione e trasformando il Consolato in casa degli italiani aperta a tutti, solo mostrando il documento di identità e senza necessità di appuntamento.
Parallelamente agli impegni diplomatici, insieme alla moglie Zakia Seddiki, sposata nel 2015, è impegnato in progetti umanitari in aiuto alla società civile africana. Insieme hanno fondato nel 2017 l’associazione benefica Mama Sofia, che sostiene i bambini di strada congolesi e garantisce assistenza alle madri in situazioni di grave disagio e difficoltà economica.
Nel 2017, a 40 anni, diviene Capo Missione a Kinshasa, capitale della Repubblica Democratica del Congo.
Nell’ottobre del 2020, insieme alla moglie, riceve il premio internazionale Nassiriya per la pace per l’impegno volto alla salvaguardia della pace tra i popoli e per aver contribuito alla realizzazione di importanti progetti umanitari, distinguendosi per l’altruismo, la dedizione e lo spirito di servizio a sostegno delle persone in difficoltà. Dal suo discorso emerge chiaramente l’umiltà e la devozione con cui affronta quella che per lui è una missione.
Fare l’ambasciatore è un po’ come una missione: secondo me quando sei un rappresentante delle istituzioni hai il dovere morale di dare l’esempio. È necessario agire per dare loro un futuro migliore. Cerchiamo, nel nostro piccolo, di ridisegnare il mondo.
Il 22 febbraio 2021 muore in un attentato nei pressi di Goma (Repubblica Democratica del Congo), insieme al carabiniere di scorta Vittorio Iacovacci e all’autista Mustapha Milambo, mentre svolgeva il suo servizio come ambasciatore d’Italia in un convoglio del Programma Alimentare Mondiale delle Nazioni Unite (World Food Programme).
Il 12 dicembre dello stesso anno, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella consegna alla vedova Zakia la Gran Croce d’Onore dell’Ordine della Stella d’Italia alla memoria dell’ambasciatore, riconoscendone l’impegno per la pace, il dialogo e la cooperazione internazionale.
Venerabile Madre Celestina Bottego
Nata il 20 dicembre 1895 in Glendale (Ohio, Stati Uniti) e cresciuta in Montana (Stati Uniti) fino all’età di 15 anni, Celestina Bottego sviluppa fin da giovane una sensibilità particolare verso la sofferenza umana, influenzata soprattutto dal rapporto con la madre. Questa esperienza iniziale forma una predisposizione naturale all’ascolto, all’accoglienza e al dialogo, elementi che costituiranno il cuore della sua vocazione missionaria.
Seconda dei tre figli di Giambattista Bottego e di Mary Healy, Celestina Bottego torna in Italia con la famiglia nell’estate 1910.
A Parma, Celestina prosegue gli studi e consegue, presso l’università di Pisa, l’abilitazione all’insegnamento della lingua inglese. Celestina si distingue come insegnante per il suo impegno: insegnerà in diverse scuole pubbliche di Parma per oltre vent’anni. Donna di grande umanità, vive concretamente uno stile missionario nel quotidiano: si dedica ai poveri, sostiene le famiglie in difficoltà e costruisce legami profondi con persone di ogni estrazione sociale. La sua attenzione alle persone, il desiderio di imparare le parole degli altri e conoscere i mondi che rivelano, la voglia di conoscere culture diverse rivelano una naturale vocazione missionaria, caratterizzata dall’apertura interculturale e dal rispetto dell’altro.
Quando fu chiamata a fondare il ramo femminile saveriano, in un primo momento esita, non sentendosi attratta dalla vita religiosa tradizionale; tuttavia, accetta la sfida come possibile chiamata di Dio. Questo passaggio rappresenta un punto centrale del suo spirito missionario: la disponibilità a uscire dalla propria zona di comfort per rispondere a un progetto più grande, anche in presenza di dubbi e incertezze. Divenuta Madre delle Missionarie di Maria – Saveriane, Celestina trasforma la sua esperienza umana in una guida spirituale capace di formare donne forti, autonome e profondamente radicate nella fede, nell’empatia e in una costante apertura agli altri.
La sua missione si fonda su una intensa vita spirituale alimentata dalla preghiera. Punta a essere santa e apostola, coniugando contemplazione e azione (la ricerca della perfezione spirituale) attraverso l’educazione, il servizio e la testimonianza concreta dell’amore cristiano (l’impegno attivo nella Chiesa e nel mondo).
Questo equilibrio tra contemplazione e azione costituisce una delle caratteristiche principali del suo approccio missionario. Oltre a trasmettere valori religiosi, si impegna a rendere visibile la presenza di Dio attraverso gesti concreti di amore, educazione e servizio.
Il suo stile missionario si manifesta anche nella capacità di accompagnare e sostenere le giovani missionarie. Celestina unisce fermezza e tenerezza, rigore e comprensione, promuovendo una formazione completa che includesse dimensioni spirituali, culturali e umane. Quando giunge il momento delle prime partenze, condivide con loro le difficoltà iniziali e, successivamente, continua a sostenerle con affetto e fiducia, coltivando e favorendo la loro autonomia personale. Questo atteggiamento testimonia una visione missionaria fondata sulla responsabilizzazione e sulla comunione.
Anche nelle prove – come la perdita del ruolo di direttrice o la malattia – mantiene uno spirito di umiltà, unità e fiducia in Dio. La sua capacità di vivere il dolore senza rancore e di continuare a servire la comunità rivela la profondità della sua vocazione missionaria.
Madre Celestina muore a Parma, il 20 agosto 1980.
Papa Francesco autorizza il riconoscimento delle virtù eroiche di Celestina Bottego il 31 ottobre 2013, conferendole il titolo di Venerabile.
La sua eredità consiste nell’aver generato una comunità capace di portare il Vangelo nel mondo attraverso la testimonianza concreta di amore e dedizione, incarnando uno spirito missionario autentico, caratterizzato da apertura, coraggio, servizio e profonda vita spirituale.
Venerabile Marcello Candia
Nasce il 27 luglio 1916, in una famiglia milanese temporaneamente trasferita a Portici (Napoli), per il lavoro del padre.
Marcello eredita le capacità imprenditoriali dal padre Camillo, la fede cattolica e l’amore per il prossimo dalla madre Luigia (Bice) Mussato. Quando ha 17 anni, la madre muore prematuramente, lasciando un vuoto incolmabile nel cuore del figlio. Marcello la ricorderà sempre come radice della sua vocazione alla carità, perché lei lo accompagnava in chiesa e lo portava con sé, fin da bambino, nell’opera di assistenza ai poveri seguiti dalla San Vincenzo.
Consegue tre lauree (in Chimica, in Biologia e in Farmacia), poi lavora nell’azienda paterna di produzione di anidride carbonica, di cui si occuperà per circa 20 anni.
Al ritorno dalla guerra, fornisce le prime cure ai deportati che rientrano dalla Germania; negli anni seguenti, si prodiga instancabilmente in numerose iniziative caritative e missionarie locali.
Negli anni Cinquanta, matura in lui la decisione di diventare missionario laico. Dopo aver affrontato le gravi conseguenze umane, tecniche e legali dell’esplosione che nel 1955 distrusse lo stabilimento milanese della sua azienda, Marcello Candia riesce a ricostruire l’attività e, successivamente, a vendere l’azienda di famiglia ereditata dal padre.
Può quindi perseguire pienamente il suo progetto di vita missionaria e a 45 anni parte per il Brasile, verso una regione in cui era ancora molto diffusa la lebbra e i malati venivano abbandonati senza speranza.
Insieme a monsignor Aristide Pirovano, vescovo di Macapá, realizza un grande e moderno ospedale nella città sulle rive del Rio delle Amazzoni. L’ospedale, intitolato a San Camillo e a San Luigi in memoria dei suoi genitori, è la prima di numerose opere: ospedali, lebbrosari, centri sociali e di accoglienza, e poi conventi e scuole: è in queste strutture che la gente bisognosa vede la possibilità di una assistenza prima negata.
Negli anni, in Brasile, riesce ad applicare il suo motto Fare bene il bene.
Nel 1975, dona l’ospedale di Macapá ai Padri Camilliani, affinché l’opera potesse continuare nel tempo con una gestione stabile e qualificata. Dopo la donazione, ne mantiene il legame come Presidente onorario, continuando a sostenerlo e a raccogliere fondi.
Nel 1975, il più diffuso settimanale illustrato brasiliano gli dedica un articolo dal titolo L’uomo più buono del Brasile.
L’8 luglio 1980, incontra papa Giovanni Paolo II, durante la storica visita del pontefice al lebbrosario di Marituba (Brasile).
Nel 1982 istituisce la Fondazione Dottor Marcello Candia, tuttora attiva nel proseguire il suo impegno missionario e caritativo e sostenere opere sanitarie, educative e sociali, soprattutto in Brasile.
Nel 1983 rientra molto malato dal Brasile; il 31 agosto dello stesso anno, muore a Milano.
Il 9 luglio 2014, papa Francesco autorizza la promulgazione del decreto che riconosce l’eroicità delle virtù praticate da Marcello Candia, che diviene Venerabile.
Fu un uomo di fede e di preghiera, che ha vissuto il Vangelo in modo integrale. Pur non essendo un religioso, visse una vita umile e semplice.
Esprimeva il suo modo di pensare e di agire con queste parole:
È la storia dei talenti, ognuno di noi ne ha. Per me i talenti volevano dire la posizione sociale, gli studi, i mezzi finanziari, la professione. Io sentivo molto forte la responsabilità di farli fruttare e ho pensato di dover fare di più. Chi ha molto ricevuto dalla vita, deve dare molto.
Le opere si fanno per amore di Dio.
Io non sono nulla, sono solo un modesto strumento della Provvidenza.
Non sono io che ho dato qualcosa, ma loro, i poveri, che danno a me.
A me, basta il battesimo.
Beato Padre Giuseppe Ambrosoli
Nasce a Ronago, in provincia di Como, il 25 luglio 1923: è il settimo figlio di Giovan Battista e Palmina Valli. Il papà iniziò l’industria del miele.
Come i fratelli, frequenta il liceo dei Padri Scolopi (Chierici Regolari Poveri della Madre di Dio delle Scuole Pie), a Genova, ma lo conclude a Como. Partecipa all’Azione Cattolica e conosce tutti i parroci della zona.
Nel 1942, si iscrive a Medicina e Chirurgia, a Milano: dovrà interrompere la facoltà per la durata della guerra. Si laurea nel 1949 a pieni voti.
Con la laurea in tasca, si presenta alla casa comboniana di Rebbio (Como): “Vorrei andare in Africa a curare i bisognosi. È possibile?”.
La risposta è: “Come medico e come sacerdote!”.
Dopo una specializzazione in medicina tropicale, a Londra, dove frequenta alcuni comboniani, entra nel Seminario Comboniano di Gozzano; in quegli anni, approfondisce la sua ampia preparazione medica frequentando anche uno studio dentistico.
Successivamente, si trasferisce al seminario di Venegono superiore: il 17 dicembre 1955 è ordinato sacerdote.
Il primo febbraio 1956, si imbarca sulla nave Africa, in partenza da Venezia per l’Uganda.
È destinato all’ospedale di Kalongo, che sotto la spinta di padre Giuseppe andò articolandosi nei reparti di Maternità, Chirurgia, Medicina, Pediatria, Malnutriti, Malati di lebbra (seguiti anche a domicilio), Infettivi e tubercolotici, raggiungendo livelli di eccellenza medica e umana nei 31 anni successivi.
Nel 1959 registra la scuola di ostetricia di Kalongo, che nel tempo acquisisce un’ottima reputazione in Uganda: i diplomi rilasciati sono riconosciuti dal sistema professionale ugandese e possono costituire la base per il riconoscimento in altri Paesi, secondo le normative vigenti.
L’Uganda era stata definita perla dell’Africa dagli esploratori alla fine del diciannovesimo secolo, sia per la ricchezza delle sue bellezze naturali, sia per l’organizzazione sociale del popolo. Dopo la fine del periodo coloniale, dal 1962 è governata da dittatori che si sono succeduti in seguito a colpi di stato.
Nel 1986 la situazione precipita, per la guerra tra i soldati governativi e quelli del governo decaduto. La zona di Kalongo si trova al centro della guerriglia: l’ospedale cura i malati e i feriti di entrambe le fazioni, di diverse tribù.
Il 7 febbraio 1987, le autorità governative, per paura che i ribelli si impadronissero dell’ospedale, radunano tutto il personale e ordinano di sgomberare, in ventiquattr’ore, un ospedale di 354 letti. Kalongo era uno dei punti fermi nella difficile situazione sanitaria dell’Uganda, un centro di missione e di promozione umana.
La prima preoccupazione di Padre Ambrosoli sono gli ammalati; invita tutti alla Messa. All’inizio, cita San Daniele Comboni: Le opere di Dio nascono, crescono e si maturano ai piedi del Calvario, e la croce è il sigillo e la caratteristica delle opere di Dio. Prima del Padre nostro, dice: Chiediamo al Padre che sia fatta la sua volontà e che dia a noi la forza di compierla.
L’ospedale fu evacuato con 34 automezzi in parte forniti dall’esercito, e dopo 22 ore di polvere, sete, angoscia e paura arrivano a Lira, nell’Uganda settentrionale.
Proprio a Lira, Padre Giuseppe muore il 27 marzo 1987, per una seria insufficienza renale.
Papa Francesco l’ha beatificato il 20 novembre 2022.
Uomo mite e delicato, quasi timido e schivo di ogni gesto che richiamasse l’attenzione su di sé, sempre attento ai bisogni di chiunque incontrasse: i confratelli, le suore che hanno operato con lui, i medici che lo hanno coadiuvato nell’ospedale di Kalongo in Uganda, le puerpere e gli ugandesi in generale, curati con totale dedizione e infinita tenerezza e competenza. Ai poveri in special modo intendeva dedicare tutte le sue ricchezze di anima e di cuore.
Dio è amore, c’è un prossimo che soffre, io sono il suo servitore.





