Le parole del Prevosto

Perché questa vasta popolarità del nostro Patrono in diocesi di Milano, definito “gloria fulgida della santa Chiesa milanese” dalla lettura agiografica della nostra liturgia, al punto “che numerose e importanti chiese furono edificate in suo onore”?
“Forestiero … vi dimorò come ospite”, abbiamo ancora sentito, e fu “accolto come fratello dai cristiani”. Già queste parole sarebbero sufficienti per molte considerazioni di estrema attualità…
Vittore non era un vescovo; non era un presbitero; non un monaco.
Era un laico. Anzi: un soldato. Un uomo, per certi aspetti, di potere. Abituato ad obbedire, ma anche a comandare.
Si convertì alla fede cristiana. Qui troviamo il primo elemento significativo: ad un certo punto, la sua vita, l’esercizio stesso della sua professione militare, sono stati toccati e plasmati dalla sua fede. Non in modo superficiale, non per convenzione sociale, ma in modo profondo e personale, al punto che, quando infierì la persecuzione contro i cristiani, “abbandonò il servizio militare per non esporsi temerariamente al martirio. Arrestato e condotto in tribunale non tradì la sua fede. Sottoposto ai tormenti non rinnegò il suo Signore”.
Ecco un primo passo della santità: la fede che diventa vita, che determina il modo in cui vivere e stare con gli altri.
Ma perché santo e “martire”? Certamente, perché pagò con la vita la fedeltà al suo credo. Ma tante persone hanno vissuto e vivono anche oggi con esemplarità e fedeltà fino al sangue la professione dei valori abbracciati.
In realtà, quando la fede tocca davvero la vita, questa si rende disponibile al dono. Solo su questa base si radica il martirio. Il martire non è soltanto una persona coerente, caparbia, indisponibile a cedere rispetto ai suoi valori, ma è una persona che si dona fino in fondo.
Come altri martiri della prima ora, anche arruolati nell’esercito dell’Impero romano (pensiamo a Nabore e Felice, a Maurizio e compagni), l’esercizio
del potere, cioè la disponibilità verso sé stessi e verso gli altri, si è fatto “servizio”.
Oggi, in occasione della festa del nostro Patrono, anch’io desidero dire qualcosa sulla via Como, una via molto vicina alla nostra basilica, ultimamente fatta oggetto di attenzione da parte dei media per episodi di degrado e disordine pubblico. Una via che prendo però come caso emblematico di altre situazioni.
Via Como, infatti, non è l’unica zona nella Città in cui si sono manifestati e si manifestano segni di disagio sociale, soprattutto giovanile: ci sono altri quartieri che vivono analoghe difficoltà e sono facilmente riscontrabili in tante città del nostro Paese.
Dobbiamo anzitutto dire che queste vie e quartieri non sono identificabili con la parola criminalità, e non sono soltanto equiparabili a disturbo e insicurezza. Vi abitano tante persone oneste e famiglie che conducono con civiltà e normalità la loro vita.
In via Como sono presenti strutture educative che continuano ad operare bene e, tra queste, anche una scuola materna di antica tradizione, dove le famiglie portano i loro bambini fidandosi nel progetto educativo della scuola, che vede la presenza di tanti stranieri come risorsa, occasione di educazione al rispetto e all’inclusione, così come nelle altre realtà educative presenti in questa via.
A volte mi chiedo perché qualche episodio negativo di cronaca sia l’unico a dipingere una realtà e non emerga anche il bene di chi la vive.
Non possiamo e non vogliamo negare gli aspetti problematici, talvolta al di fuori del rispetto delle regole di una convivenza civile, che sono deprecabili e censurabili; fatti che, lo ripeto, non riguardano solo una via ma anche altre zone della Città e altre città della nostra Nazione. Non vorrei perciò che le mie parole venissero fraintese come approvazione o anche solo minimizza-zione di un problema reale e avvertito da tanti come urgente.
Ritengo, tuttavia, che sia poco feconda la strada repressiva, che fa appello a un maggior ricorso della Forze dell’Ordine, a una maggiore severità nelle sanzioni, a un inasprimento delle pene. Ci illudiamo, infatti, se pensiamo di trasmettere i valori della convivenza civile – quali il rispetto degli altri, l’osservanza della legge e delle regole, il dialogo pacificatore e pacificante, la volontà di contribuire al bene comune – solo con la forza e l’imposizione autoritaria.
Il problema è anche educativo. È soprattutto educativo. Questa è la vera sfida. Si tratta spesso di comportamenti, anche sbagliati, che vedono coinvolte le giovani generazioni, di stranieri ma non solo, e questo non può non interpellarci seriamente sul ruolo di una comunità adulta e responsabile, impegnata non a imporre sé stessa ma a trasmettere e testimoniare autentici valori.
Ho usato il verbo “testimoniare”, non solo “trasmettere”. Per educare occorre creare una relazione. E per creare relazioni bisogna esserci, entrare nella vita dell’altro, coinvolgersi. E noi cristiani dovremmo saperlo bene, perché la nostra non è una religione dei valori ma di una Presenza, della presenza di Dio nella nostra vita, di una Presenza che non si dimostra con i ragionamenti. Nemmeno si impone. Semplicemente accade, si offre, si dona. Ed è il mistero dell’Incarnazione! Di un Dio che si fa presente nella nostra vita e crea legami con gli uomini. Si chiama Alleanza. Ed è anche un’alleanza educativa, la più grande alleanza educativa…
Non basta allora guardare, giudicare e condannare comportamenti deviati. Occorre lasciarsi interrogare, leggere in profondità e non fermarsi alla superficie dei fenomeni, ascoltare e lasciare la possibilità di esprimersi, accompagnare e non limitarsi a condannare. Ma soprattutto occorre tempo: tempo trascorso insieme, tempo dedicato, tempo per parlarsi, tempo gratuito e disinteressato, tempo per seminare e tempo per attendere prima di pretendere un risultato. E, in tutto questo, la fiducia…
Come possiamo affrontare questo rischio educativo noi che siamo sempre di corsa? Noi che non abbiamo mai tempo, neanche per noi stessi? Noi che corriamo il pericolo di essere prigionieri delle nostre pretese? Abbiamo nelle nostre comunità adulte e “italianissime” le energie per questa impresa?
Sì, le abbiamo: nelle nostre comunità, nelle nostre città, abbiamo persone che affrontano con passione e coraggio l’avventura educativa: nelle scuole, negli oratori, in tante associazioni, movimenti, espressioni organizzate della società civile e religiosa. Questo coraggioso esercito di educatori ha bisogno del nostro consenso e sostegno. Avrebbe bisogno – ma è un sogno – anche di un maggiore riconoscimento retributivo da parte della nostra società. E noi abbiamo bisogno di lasciarci aiutare da loro ad avere uno sguardo diverso, più disponibile, non prigioniero delle nostre paure ma capace di dare nuovo slancio alla fiducia, all’accoglienza, alla stima.
Un’altra osservazione è essenziale. Per educare ai valori bisogna essere credibili. I giovani, anche i giovani stranieri, non sono ciechi né stupidi. Ci guardano, e ci giudicano. Come possiamo aspettarci che rispettino le “nostre” regole se siamo i primi a non rispettarle? Come aspettarci da loro un senso di appartenenza alla collettività se costruiamo una società individualista dove prevale l’egoismo egocentrico? Come educare alla legalità, quando nei rapporti lavorativi non rispettiamo le regole di un giusto salario, con retribuzioni sotto la soglia di povertà e senza i tempi giusti di riposo? Quando assumiamo anche minorenni senza contratto regolare di lavoro? Quando non rispettiamo le normative poste a tutela dei lavoratori? Quando ci rassegniamo alla precarietà lavorativa? Quando tolleriamo forme vere e proprie di sfruttamento? I giovani, teniamolo presente, queste cose le conoscono, tra di loro se le dicono, non sono stupidi… e noi pretendiamo che rispettino le nostre regole?
Le mie non sono parole che intendono invadere altri campi. C’è la politica, che deve fare giustamente il suo lavoro, ci sono i sindacati, ci sono le forze dell’ordine… tutti al servizio del bene comune. Le mie parole vogliono solo difendere e perorare il ruolo insostituibile del compito educativo; la sua credibilità… E questo riguarda, in misure diverse ma imprescindibili, tutti noi. È una responsabilità a cui non possiamo derogare verso le generazioni giovani e verso il futuro del nostro Paese.
Se mi è lecito, tuttavia, fare anche un appello conclusivo alla politica è questo: continuate a sostenere le realtà educative che raccolgono la sfida, realtà che esistono e non sono poche anche nella nostra Città, realtà fatte di persone che sono presenti nella vita dei giovani e nelle fatiche dei genitori.

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